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Varieties of Representation. Vecchie e nuove sfide dei sindacati in Italia.

Bacio, Marco LU (2014)
Abstract (Swedish)
Abstract in Italian

Negli ultimi trent’anni il sindacato ha iniziato a perdere valenza sotto il profilo nazionale, questo soprattutto a causa del declino degli iscritti a tali organizzazioni. Declino che ha interessato, bene o male, tutti i paesi occidentali, dall’Europa agli Stati Uniti d’America. Ciononostante (o proprio per questo), gli studiosi delle relazioni industriali e della sociologia del lavoro hanno elaborato nuove teorie, nuovi filoni di ricerca, che mirano a potenziare l’azione del sindacato all’interno del mutato assetto economico e (geo)politico. La crisi del sindacato ha molte ragioni e ha origini lontane. In ogni paese che si prende in considerazione possiamo notare delle traiettorie specifiche ma anche... (More)
Abstract in Italian

Negli ultimi trent’anni il sindacato ha iniziato a perdere valenza sotto il profilo nazionale, questo soprattutto a causa del declino degli iscritti a tali organizzazioni. Declino che ha interessato, bene o male, tutti i paesi occidentali, dall’Europa agli Stati Uniti d’America. Ciononostante (o proprio per questo), gli studiosi delle relazioni industriali e della sociologia del lavoro hanno elaborato nuove teorie, nuovi filoni di ricerca, che mirano a potenziare l’azione del sindacato all’interno del mutato assetto economico e (geo)politico. La crisi del sindacato ha molte ragioni e ha origini lontane. In ogni paese che si prende in considerazione possiamo notare delle traiettorie specifiche ma anche dei punti in comune con gli altri paesi. Facciamo un esempio chiarificatore: nel Regno Unito i governi conservatori di Margaret Thatcher hanno fortemente indebolito i sindacati inglesi, vietando o limitando per legge molte delle azioni o delle attività che normalmente svolgono in altri paesi; in Italia, di contro, nessun governo conservatore si è mai spinto tanto e anche i governi Berlusconi nel decennio 2001-2011 non sono riusciti a indebolire il sindacalismo italiano, anzi, dopo una breve frattura della unità sindacale, le organizzazioni dei lavoratori hanno saputo reagire con forza e con compattezza. Ma entrambi questi paesi, Regno Unito e Italia, sono chiamati a sfide internazionali e transnazionali dovute sia dalla presenza di organizzazioni sovranazionali, come l’Unione Europea, sia dalla globalizzazione economica, sfide che per certi versi vedono più vicini, e allineati sullo stesso fronte i vari paesi d’occidente. Ancor di più la recente crisi che si è abbattuta sull’intero continente e le conseguenti politiche neo-liberiste da un lato e di austerità dall’altro, hanno complicato lo scenario e reso, teoricamente, ancor più difficile per il sindacato lavorare, anzi, addirittura hanno minato la sua stessa sopravvivenza. Da quanto qui premesso può sembrare ardito lo scopo di questa tesi. Nelle pagine che seguono si cercheranno di delineare le azioni, le strategie, i compiti, gli obiettivi che il sindacato italiano si è prefisso (o si sarebbe dovuto prefiggere) negli ultimi anni e specularmente quello che potrebbe essere utile fare nel breve periodo.

Perché solo il caso italiano? Alcuni studiosi si sono domandati se fosse più appropriato prendere singoli paesi come unità di analisi quando si prendono in esame gli attori e i processi propri delle relazioni industriali o se non fosse meglio la strada della comparazione tra stati (Katz e Darbishire, 2000), questo proprio per quello che si diceva riguardo della crescita di importanza dell’UE e della globalizzazione. Altri studiosi, invece, ritengono importante porre l’accento ancora oggi sugli stati nazionali (o su gruppi di stati tra loro affini) poiché i singoli stati possiedono ancora delle caratteristiche distintive, uniche, dove si stabiliscono, crescono, proliferano e agiscono le organizzazioni sindacali (Gumbrell-McCormick e Hyman, 2013). Sul punto scrive Meardi: “le nazioni sono l’inizio e la fine di una cultura […], leggi, tradizioni politiche e il linguaggio sono fattori particolarmente importanti che operano quasi esclusivamente a livello nazionale.” (Meardi, 2011a:339). Tutte le teorie hanno un fondamento e trovano riscontro nella letteratura internazionale. Il livello nazionale è molto più che importante e, talvolta, molti studi comparativi non riescono a cogliere tutte quelle sfaccettature, peculiarità, originalità e punti di vista che fanno di ogni singolo paese un caso unico. Per la fretta o la volontà di porre in confronto diversi, tanti paesi, alla fine si ha un prodotto che manca di consistenza, che spiega meno cose di quanto dovrebbe. Contemporaneamente, però, concentrare l’analisi unicamente su un singolo paese risulta ampiamente riduttivo, specialmente oggi. Infatti comparare un paese con un altro, o con più d’uno, permette di comprendere e analizzare fenomeni che altrimenti potrebbero sfuggire. Anche l’analisi su un unico paese rischia così di essere poco utile ai fini della ricerca. Dunque, da questo ginepraio di deduzioni e controdeduzioni se ne esce volgendo lo sguardo dentro il singolo paese, con un occhio attento, che va in profondità a stanare peculiarità e contraddizioni ma che resta in guardia e che sia sempre pronto a volgere l’attenzione anche a quei fenomeni che mutando il contesto internazionale, possono influire, anche in modo determinante, sulle vicende nazionali. Con molta speranza, ma poca certezza, quello che si troverà nelle pagine che seguono è quello che è stato qui descritto. Il sindacalismo italiano sarà il punto di partenza e di arrivo.

Questo lavoro trae la sua origine dalla conclusione di una ricerca nazionale (che gli addetti ai lavori conoscono con l’acronimo PRIN) del 2009 dal titolo: “Nuovi soggetti del lavoro e forme di rappresentanza” e che mi ha visto per un breve periodo partecipe dalla fine del 2012 fino a ottobre 2013 e che ha coinvolto diverse università italiane: l’Università di Roma – La Sapienza, l’Università di Napoli – Federico II, l’Università di Milano e l’Università di Milano – Bicocca; nonché l’IRPPS-CNR e la Fondazione Feltrinelli. Ricerca che ha investigato il sindacato, le sue forze e le sue debolezze di fronte alla sfida della rappresentanza e del mercato del lavoro nel XXI secolo. Ma questo mio lavoro si inserisce anche come precursore per la parte italiana di un altro progetto di ricerca dal titolo “Rappresentare i perdenti della crisi. Una comparazione dei sistemi e delle strategie di rappresentanza dei lavoratori vulnerabili” che vedrà coinvolte, da giugno 2014 a marzo 2015: l’Università di Milano, l’Università di Roma – La Sapienza (per l’Italia), la University of Warwick, la University of Leicester (per il Regno Unito), la Universität Erlangen-Nürenberg e la Technische Universität München (per la Germania). Progetto di ricerca che ha già avuto il finanziamento, tra gli altri, da parte della British Academy. Questo progetto cercherà di capire, tra l’altro, se e come il sindacato dei tre paesi abbia risposto o meno alla crisi economica ancora in corso e se i cosiddetti outsiders siano ancora posti ai margini delle attività delle organizzazioni sindacali oppure se vi è stato un cambiamento di atteggiamento e di rappresentanza.

All’interno di questa ricerca si proverà, si tenterà, di sviluppare un filone di ricerca dal titolo, inglese: Varieties of Representation. Tradotto in italiano come le Varietà delle Forme di Rappresentanza. Questa espressione volutamente richiama il titolo del famoso libro di Peter Hall e David Sockice (Varieties of Capitalism del 2001) e lo richiama come augurio per il lavoro futuro del team di ricerca. Seppure oggi variamente criticati, Hall e Soskice sono riusciti a ordinare una grande varietà di aspetti sociali, istituzionali ed economici dei capitalismi moderni in due tipi ideali (successivamente divenuti tre) nei quali si mostra la loro coerenza d’insieme e soprattutto sono riusciti ad affermare credibilmente una tesi forte: nonostante le differenze, anzi proprio per queste, i tipi ideali delle liberal market economies e delle coordinated market economies possono risultare egualmente adatte alla sopravvivenza nelle difficili condizioni del capitalismo contemporaneo e dunque, in via generale, non può essere affermata una tendenza necessaria alla convergenza verso un solo tipo. Parlando della varietà delle forme di rappresentanza si è ben lontani sia dalla costruzione di tipi ideali coerenti, sia dall’affermazione di tesi interpretative forti e si ha ancora a che fare con il problema di enumerare e ordinare un insieme di differenze, tra i paesi e i sindacati, tra le quali non è ancora possibile stabilire connessioni forti. Le letterature sulla revitalisation of unionism (Frege e Kelly, 2004), sull’organizing americano (Milkman, 2000; 2006) e sull’union organising inglese (Simms 2012; Simms et al., 2013) hanno già proposto alcuni utili abbozzi di tipologie e distinzioni analitiche che forniscono un punto di partenza per ricerche più sistematiche. L’idea delle varieties of representation indica, per assonanza, il bisogno di ricerche sistematiche sugli attori sindacali innanzitutto, che possano completare e controbilanciare quelle che sono state elaborate sulle istituzioni (Beccalli et al., 2014).

Questa tesi, quindi, si concentrerà sul caso italiano e sugli atteggiamenti che il sindacato ha tenuto negli ultimi trent’anni e, più di recente, di fronte alla crisi economica, i cui effetti sul mercato del lavoro non si sono ancora esauriti. Per compiere questa analisi si è “spacchettato” il sindacato in più parti. L’analisi inizierà con quelle che sono state definite le strategie interne, quindi lo studio di come il sindacato gestisce se stesso. Potrebbe risultare pleonastico, ma se non si inizia a trattare bene se stessi e la propria organizzazione, difficilmente si potranno ottenere risultati all’esterno e nella protezione di altri soggetti. Con questa considerazione si analizzerà dapprima se e come le organizzazioni sindacali italiane hanno deciso di compiere una ristrutturazione interna, in termini di riforma delle strutture, dei vertici, del personale sindacale, della leadership e via discorrendo. Sempre nell’ottica interna si passerà in rassegna quello che la letteratura internazionale ha definito e definisce coalition-building, ovvero il fatto che il sindacato forma delle coalizioni con altre organizzazioni per essere più forte, cercando così di raggiungere risultati che da solo non sarebbe in grado di conseguire.

Il secondo capitolo è invece dedicato alle strategie esterne. Il sindacato, approcciandosi all’esterno, incontra diversi soggetti e svolge diverse attività, soprattutto relazioni. L’analisi inizierà con lo studio del rapporto che i sindacati hanno con i datori di lavoro, successivamente vedremo quello con l’attore politico, governo nazionale in primo luogo. Infine, si presterà attenzione al fenomeno dell’internazionalizzazione della politica e dell’economia e al modo con cui il sindacato risponde a queste nuove sfide. Nell’arena delle relazioni industriali troviamo tre attori: il sindacato (meglio dire i sindacati), le associazioni dei datori di lavoro (o i singoli datori), e il governo (inteso sia come organismo politico nazionale, sia con le varie ramificazioni a livello regionale, provinciale e comunale). A questo scenario va aggiunto il peso sempre più crescente dell’Unione Europea e delle sue istituzioni. Di più, lo sviluppo, inarrestabile, della globalizzazione rende ancor più vulnerabile il sindacato, “vittima” delle politiche neo-liberali e delle potenti imprese transnazionali.

Nel terzo, e ultimo, capitolo l’oggetto di ricerca saranno i lavoratori. Solo alcuni, per la verità. Nello specifico ci si occuperà delle strategie di membership, ovvero si studierà la presenza e l’intensità di strategie sindacali messe in atto per rappresentare e organizzare i non organizzati. Per non organizzati, a livello internazionale, ci si riferisce ai cosiddetti outsiders. Infatti, il sindacato, a dispetto dell’unità della forza lavoro che dovrebbe ricercare fin dagli albori, si è concentrato solo su una categoria specifica di lavoratori, definiti insiders (che possiamo rappresentare come un lavoratore – maschio –, di media età e con media abilità – skills –) . Ma nel nuovo scenario, che delineeremo, la rappresentanza dei soli insiders appare una strada senza uscita. Da un lato perché si verifica, come dicevamo, da trent’anni a questa parte, una diminuzione degli iscritti; dall’altra perché se il ruolo del sindacato è quello di proteggere i lavoratori non si capisce perché un’ampia fetta della forza lavoro debba essere esclusa. Così, nel capitolo ci occuperemo di immigrati, di donne, di giovani e dei lavoratori con contratti atipici.

La domanda di ricerca che guiderà tutto questo lavoro è la seguente: il sindacato italiano è riuscito ad adottare tutte le strategie utili per rivitalizzarsi? La domanda è solo una. Ma è anche “imponente”, si cercherà di comprendere se e come il sindacato italiano sia riuscito a raggiungere quel grado sufficiente di rivitalizzazione per mettersi a riparo, al sicuro, dal declino inesorabile a cui sembra condannato il sindacalismo occidentale del terzo millennio. (Less)
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author
opponent
  • Prof. Regalia, Ida, Department of Social and Political Sciences, University of Milan
alternative title
Varieties of Representation. Old and new challenges for Italian Trade Unions
publishing date
type
Thesis
publication status
published
subject
keywords
Trade Unions, Italy, Representation, Revitalisation, Social Movements, Labour Market
defense location
University of Milan, Via Conservatorio, 7, Room 6
defense date
2014-03-24 14:30
language
Italian
LU publication?
no
id
9831bbf1-ceea-4dd6-92eb-2ff2d2bccdf4 (old id 5205176)
date added to LUP
2015-03-25 13:04:57
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2016-11-10 15:39:49
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Negli ultimi trent’anni il sindacato ha iniziato a perdere valenza sotto il profilo nazionale, questo soprattutto a causa del declino degli iscritti a tali organizzazioni. Declino che ha interessato, bene o male, tutti i paesi occidentali, dall’Europa agli Stati Uniti d’America. Ciononostante (o proprio per questo), gli studiosi delle relazioni industriali e della sociologia del lavoro hanno elaborato nuove teorie, nuovi filoni di ricerca, che mirano a potenziare l’azione del sindacato all’interno del mutato assetto economico e (geo)politico. La crisi del sindacato ha molte ragioni e ha origini lontane. In ogni paese che si prende in considerazione possiamo notare delle traiettorie specifiche ma anche dei punti in comune con gli altri paesi. Facciamo un esempio chiarificatore: nel Regno Unito i governi conservatori di Margaret Thatcher hanno fortemente indebolito i sindacati inglesi, vietando o limitando per legge molte delle azioni o delle attività che normalmente svolgono in altri paesi; in Italia, di contro, nessun governo conservatore si è mai spinto tanto e anche i governi Berlusconi nel decennio 2001-2011 non sono riusciti a indebolire il sindacalismo italiano, anzi, dopo una breve frattura della unità sindacale, le organizzazioni dei lavoratori hanno saputo reagire con forza e con compattezza. Ma entrambi questi paesi, Regno Unito e Italia, sono chiamati a sfide internazionali e transnazionali dovute sia dalla presenza di organizzazioni sovranazionali, come l’Unione Europea, sia dalla globalizzazione economica, sfide che per certi versi vedono più vicini, e allineati sullo stesso fronte i vari paesi d’occidente. Ancor di più la recente crisi che si è abbattuta sull’intero continente e le conseguenti politiche neo-liberiste da un lato e di austerità dall’altro, hanno complicato lo scenario e reso, teoricamente, ancor più difficile per il sindacato lavorare, anzi, addirittura hanno minato la sua stessa sopravvivenza. Da quanto qui premesso può sembrare ardito lo scopo di questa tesi. Nelle pagine che seguono si cercheranno di delineare le azioni, le strategie, i compiti, gli obiettivi che il sindacato italiano si è prefisso (o si sarebbe dovuto prefiggere) negli ultimi anni e specularmente quello che potrebbe essere utile fare nel breve periodo.<br/><br>
Perché solo il caso italiano? Alcuni studiosi si sono domandati se fosse più appropriato prendere singoli paesi come unità di analisi quando si prendono in esame gli attori e i processi propri delle relazioni industriali o se non fosse meglio la strada della comparazione tra stati (Katz e Darbishire, 2000), questo proprio per quello che si diceva riguardo della crescita di importanza dell’UE e della globalizzazione. Altri studiosi, invece, ritengono importante porre l’accento ancora oggi sugli stati nazionali (o su gruppi di stati tra loro affini) poiché i singoli stati possiedono ancora delle caratteristiche distintive, uniche, dove si stabiliscono, crescono, proliferano e agiscono le organizzazioni sindacali (Gumbrell-McCormick e Hyman, 2013). Sul punto scrive Meardi: “le nazioni sono l’inizio e la fine di una cultura […], leggi, tradizioni politiche e il linguaggio sono fattori particolarmente importanti che operano quasi esclusivamente a livello nazionale.” (Meardi, 2011a:339). Tutte le teorie hanno un fondamento e trovano riscontro nella letteratura internazionale. Il livello nazionale è molto più che importante e, talvolta, molti studi comparativi non riescono a cogliere tutte quelle sfaccettature, peculiarità, originalità e punti di vista che fanno di ogni singolo paese un caso unico. Per la fretta o la volontà di porre in confronto diversi, tanti paesi, alla fine si ha un prodotto che manca di consistenza, che spiega meno cose di quanto dovrebbe. Contemporaneamente, però, concentrare l’analisi unicamente su un singolo paese risulta ampiamente riduttivo, specialmente oggi. Infatti comparare un paese con un altro, o con più d’uno, permette di comprendere e analizzare fenomeni che altrimenti potrebbero sfuggire. Anche l’analisi su un unico paese rischia così di essere poco utile ai fini della ricerca. Dunque, da questo ginepraio di deduzioni e controdeduzioni se ne esce volgendo lo sguardo dentro il singolo paese, con un occhio attento, che va in profondità a stanare peculiarità e contraddizioni ma che resta in guardia e che sia sempre pronto a volgere l’attenzione anche a quei fenomeni che mutando il contesto internazionale, possono influire, anche in modo determinante, sulle vicende nazionali. Con molta speranza, ma poca certezza, quello che si troverà nelle pagine che seguono è quello che è stato qui descritto. Il sindacalismo italiano sarà il punto di partenza e di arrivo. <br/><br>
Questo lavoro trae la sua origine dalla conclusione di una ricerca nazionale (che gli addetti ai lavori conoscono con l’acronimo PRIN) del 2009 dal titolo: “Nuovi soggetti del lavoro e forme di rappresentanza” e che mi ha visto per un breve periodo partecipe dalla fine del 2012 fino a ottobre 2013 e che ha coinvolto diverse università italiane: l’Università di Roma – La Sapienza, l’Università di Napoli – Federico II, l’Università di Milano e l’Università di Milano – Bicocca; nonché l’IRPPS-CNR e la Fondazione Feltrinelli. Ricerca che ha investigato il sindacato, le sue forze e le sue debolezze di fronte alla sfida della rappresentanza e del mercato del lavoro nel XXI secolo. Ma questo mio lavoro si inserisce anche come precursore per la parte italiana di un altro progetto di ricerca dal titolo “Rappresentare i perdenti della crisi. Una comparazione dei sistemi e delle strategie di rappresentanza dei lavoratori vulnerabili” che vedrà coinvolte, da giugno 2014 a marzo 2015: l’Università di Milano, l’Università di Roma – La Sapienza (per l’Italia), la University of Warwick, la University of Leicester (per il Regno Unito), la Universität Erlangen-Nürenberg e la Technische Universität München (per la Germania). Progetto di ricerca che ha già avuto il finanziamento, tra gli altri, da parte della British Academy. Questo progetto cercherà di capire, tra l’altro, se e come il sindacato dei tre paesi abbia risposto o meno alla crisi economica ancora in corso e se i cosiddetti outsiders siano ancora posti ai margini delle attività delle organizzazioni sindacali oppure se vi è stato un cambiamento di atteggiamento e di rappresentanza.<br/><br>
All’interno di questa ricerca si proverà, si tenterà, di sviluppare un filone di ricerca dal titolo, inglese: Varieties of Representation. Tradotto in italiano come le Varietà delle Forme di Rappresentanza. Questa espressione volutamente richiama il titolo del famoso libro di Peter Hall e David Sockice (Varieties of Capitalism del 2001) e lo richiama come augurio per il lavoro futuro del team di ricerca. Seppure oggi variamente criticati, Hall e Soskice sono riusciti a ordinare una grande varietà di aspetti sociali, istituzionali ed economici dei capitalismi moderni in due tipi ideali (successivamente divenuti tre) nei quali si mostra la loro coerenza d’insieme e soprattutto sono riusciti ad affermare credibilmente una tesi forte: nonostante le differenze, anzi proprio per queste, i tipi ideali delle liberal market economies e delle coordinated market economies possono risultare egualmente adatte alla sopravvivenza nelle difficili condizioni del capitalismo contemporaneo e dunque, in via generale, non può essere affermata una tendenza necessaria alla convergenza verso un solo tipo. Parlando della varietà delle forme di rappresentanza si è ben lontani sia dalla costruzione di tipi ideali coerenti, sia dall’affermazione di tesi interpretative forti e si ha ancora a che fare con il problema di enumerare e ordinare un insieme di differenze, tra i paesi e i sindacati, tra le quali non è ancora possibile stabilire connessioni forti. Le letterature sulla revitalisation of unionism (Frege e Kelly, 2004), sull’organizing americano (Milkman, 2000; 2006) e sull’union organising inglese (Simms 2012; Simms et al., 2013) hanno già proposto alcuni utili abbozzi di tipologie e distinzioni analitiche che forniscono un punto di partenza per ricerche più sistematiche. L’idea delle varieties of representation indica, per assonanza, il bisogno di ricerche sistematiche sugli attori sindacali innanzitutto, che possano completare e controbilanciare quelle che sono state elaborate sulle istituzioni (Beccalli et al., 2014).<br/><br>
Questa tesi, quindi, si concentrerà sul caso italiano e sugli atteggiamenti che il sindacato ha tenuto negli ultimi trent’anni e, più di recente, di fronte alla crisi economica, i cui effetti sul mercato del lavoro non si sono ancora esauriti. Per compiere questa analisi si è “spacchettato” il sindacato in più parti. L’analisi inizierà con quelle che sono state definite le strategie interne, quindi lo studio di come il sindacato gestisce se stesso. Potrebbe risultare pleonastico, ma se non si inizia a trattare bene se stessi e la propria organizzazione, difficilmente si potranno ottenere risultati all’esterno e nella protezione di altri soggetti. Con questa considerazione si analizzerà dapprima se e come le organizzazioni sindacali italiane hanno deciso di compiere una ristrutturazione interna, in termini di riforma delle strutture, dei vertici, del personale sindacale, della leadership e via discorrendo. Sempre nell’ottica interna si passerà in rassegna quello che la letteratura internazionale ha definito e definisce coalition-building, ovvero il fatto che il sindacato forma delle coalizioni con altre organizzazioni per essere più forte, cercando così di raggiungere risultati che da solo non sarebbe in grado di conseguire.<br/><br>
Il secondo capitolo è invece dedicato alle strategie esterne. Il sindacato, approcciandosi all’esterno, incontra diversi soggetti e svolge diverse attività, soprattutto relazioni. L’analisi inizierà con lo studio del rapporto che i sindacati hanno con i datori di lavoro, successivamente vedremo quello con l’attore politico, governo nazionale in primo luogo. Infine, si presterà attenzione al fenomeno dell’internazionalizzazione della politica e dell’economia e al modo con cui il sindacato risponde a queste nuove sfide. Nell’arena delle relazioni industriali troviamo tre attori: il sindacato (meglio dire i sindacati), le associazioni dei datori di lavoro (o i singoli datori), e il governo (inteso sia come organismo politico nazionale, sia con le varie ramificazioni a livello regionale, provinciale e comunale). A questo scenario va aggiunto il peso sempre più crescente dell’Unione Europea e delle sue istituzioni. Di più, lo sviluppo, inarrestabile, della globalizzazione rende ancor più vulnerabile il sindacato, “vittima” delle politiche neo-liberali e delle potenti imprese transnazionali. <br/><br>
Nel terzo, e ultimo, capitolo l’oggetto di ricerca saranno i lavoratori. Solo alcuni, per la verità. Nello specifico ci si occuperà delle strategie di membership, ovvero si studierà la presenza e l’intensità di strategie sindacali messe in atto per rappresentare e organizzare i non organizzati. Per non organizzati, a livello internazionale, ci si riferisce ai cosiddetti outsiders. Infatti, il sindacato, a dispetto dell’unità della forza lavoro che dovrebbe ricercare fin dagli albori, si è concentrato solo su una categoria specifica di lavoratori, definiti insiders (che possiamo rappresentare come un lavoratore – maschio –, di media età e con media abilità – skills –) . Ma nel nuovo scenario, che delineeremo, la rappresentanza dei soli insiders appare una strada senza uscita. Da un lato perché si verifica, come dicevamo, da trent’anni a questa parte, una diminuzione degli iscritti; dall’altra perché se il ruolo del sindacato è quello di proteggere i lavoratori non si capisce perché un’ampia fetta della forza lavoro debba essere esclusa. Così, nel capitolo ci occuperemo di immigrati, di donne, di giovani e dei lavoratori con contratti atipici.<br/><br>
La domanda di ricerca che guiderà tutto questo lavoro è la seguente: il sindacato italiano è riuscito ad adottare tutte le strategie utili per rivitalizzarsi? La domanda è solo una. Ma è anche “imponente”, si cercherà di comprendere se e come il sindacato italiano sia riuscito a raggiungere quel grado sufficiente di rivitalizzazione per mettersi a riparo, al sicuro, dal declino inesorabile a cui sembra condannato il sindacalismo occidentale del terzo millennio.},
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